Biasi Alberto
Padova, Italia - 02 giugno 1937
Alberto Biasi fa parte di quella schiera di artisti poliedrici che, nei primi anni Sessanta del secolo scorso — superata ormai ogni possibile sperimentazione nell’informale — hanno introdotto nuove tipologie di creatività nell’arte contemporanea, affermandosi ai più alti livelli nel panorama internazionale della storia dell’arte.
Nato a Padova il 2 giugno del 1937, conclusi gli studi classici ha frequentato a Venezia l’Istituto di Architettura e il Corso Superiore di Disegno Industriale, costituendo nel 1959, assieme a Manfredo Massironi, il Gruppo Ennea (“nove” in greco, dal numero dei partecipanti o “enne”, numero indefinito in matematica con la “a” finale per il fatto che erano tutti futuri architetti). Era iniziata nel frattempo la sua attività espositiva e nell’ottobre di quell’anno ottenne il suo primo premio alla IV Triveneta Giovanile d’Arte di Cittadella, consegnatogli da Virgilio Guidi per l’opera Stratificazioni, in bianco e nero, concepita durante una passeggiata osservando e memorizzando i movimenti delle persone che incrociava e sintetizzandoli poi su carta come serie di tracce secondo un andamento consequenziale.
Sono di questo anno anche le Trame, singolari composizioni ottenute per sovrapposizione, dapprima, di carte-paglia con fori rotondi di diverso diametro, adoperate nell’allevamento dei bachi da seta, e poi di materiali diversi, dalle garze di cotone alle reti d’acciaio per setacci, alle lamiere forate. Sulla nascita delle Trame ecco la sua testimonianza: “Le carte paglia le tenevo in uso perché avevo conseguito a San Giacomo di Veglia un diploma come esperto bigattiere e, per guadagnare qualcosa, nei periodi liberi da impegni scolastici, fornivo consulenza agli allevatori di bachi da seta della Provincia di Padova. Ne fui attratto per gli effetti luminosi ottenibili per sovrapposizione e rotazione di una carta sull’altra”.
Il 1960 è segnato dalla frequentazione di Milano — capitale del miracolo economico — dove si sentiva forte il desiderio di modernità; qui entrò in contatto con i gruppi Motus di Parigi (poi divenuto GRAV, sigla di Groupe de recherche d’art visuel), T di Milano, Zero di Düsseldorf e Nul di Amsterdam che avevano in comune l’intento di approfondire l’analisi del rapporto opera-fruitore e opera-società; alla base stava la determinazione di trovare collettivamente — e non più da artista unico e isolato — nuove vie di ricerca imperniate sul rigore scientifico e svincolate dai condizionamenti del mercato dell’arte. Luogo di riferimento era la galleria milanese Azimut — aperta nel ‘59 da Piero Manzoni e Enrico Castellani — alle cui collettive Biasi prese parte con artisti avviati a diventare di levatura europea: dagli stessi Castellani e Manzoni a Agostino Bonalumi, Heinz Mack, Almir Mavignier.
Stimolato dall’esperienza milanese, nel dicembre del ‘60 insieme a Manfredo Massironi, Edoardo Landi, Toni Costa e Ennio Chiggio ha fondato il Gruppo N a Padova. Rispetto ai vari gruppi italiani e d’oltralpe, quello padovano elaborò un programma e una linea di ricerca autonomi, orientati soprattutto ad indagare i fenomeni psicologici della percezione visiva, puntando a coinvolgere l’osservatore, piuttosto che a stupirlo con esiti tecnologico-spettacolari. In occasione della mostra antologica padovana tenutasi al museo degli Eremitani nel 1988, Biasi ricordava che fu “il desiderio di tentare formulazioni personali e, insieme, quello di coinvolgere la mia città nei circuiti dell’arte contemporanea a spingermi prima ad aprire in società lo Studio N (attrezzando a spazio espositivo due locali, in una ex ‘casa chiusa’ di Via San Pietro, concessa in affitto per la cifra simbolica di una lira all’anno), e poi a lavorare nel raggruppamento”.
Iniziava allora la serie dei Rilievi Ottico-Dinamici, sviluppata per cinque anni, sui quali ha continuato a lavorare. Due immagini geometriche, disposte su due piani, con quella in primo piano realizzata su supporto trasparente, venivano sovrapposte per diventare complementari nel creare ulteriori immagini che cambiavano a seconda del punto di osservazione. Tale movimento apparente si è arricchito di corposa plasticità, amplificando il mutare dell’immagine, sempre a seconda di dove si poneva l’osservatore, nelle coeve Torsioni, riprese più volte nel tempo con nuove interpretazioni: circolari o ellittiche, triangolari o romboidali, che si presentavano di grande politezza, con sontuosi esiti coloristici già nel solo bianco o nero. Fatte di lamelle morbide di PVC, poste in torsione su supporto ligneo e accostate a raggiera, erano il frutto di attenti studi sulla percezione della forma e del colore.
La proposta di un ulteriore coinvolgimento dello spettatore intanto si estendeva agli Ambienti, affinché “lo spazio dell’opera e lo spazio dello spettatore non fossero separati, in modo da potenziare le relazioni tra spazio illusorio e movimento reale, tra spazio reale e movimento illusorio”. In parallelo procedeva la progettazione dei Multipli, opere eseguibili in serie per contrastare il mito dell’opera unica, irripetibile.
Biasi è stato un vivace portavoce del Gruppo e ha operato, come gli altri, firmando numerose di queste opere con la sigla Gruppo N (oppure “gruppo n” o “gruppo enne”), nel rifiuto politico di ogni forma di individualismo; talora però compariva l’aggiunta “esecuzione: alberto biasi”. Il Gruppo si è distinto per l’impegno politico e sociale, e altresì per l’obiettivo di dare un’impronta didattica all’arte. Un rigore che non ha comunque spento il brio ironico dei giovani componenti; ricordiamo eventi organizzati con l’intenzione di demitizzare l’arte “ufficiale”, come la rivoluzionaria Mostra chiusa. Nessuno è invitato a intervenire (1960), con l’ingresso all’esposizione sbarrato, e la Mostra del pane (1961, su idea di Biasi) dove figuravano le “opere commestibili” di un fantomatico panettiere, battezzato Giovanni Zorzon.
Il Gruppo N ha avuto ruoli preminenti a Zagabria nel 1961, nella prima edizione della mostra Nove Tendencije e nel 1962 con la presenza alla celebre rassegna Arte programmata (definizione che compare in catalogo nel testo di Umberto Eco) con sottotitolo Arte cinetica - Opere moltiplicate - Opera aperta. Voluta da Adriano Olivetti e curata da Bruno Munari, fu organizzata da Giorgio Soavi, figura chiave del versante artistico della Olivetti, nelle showroom dell’azienda a Milano, Venezia, Roma, Trieste (ed ebbe una seconda edizione, portata in vari musei e istituti universitari degli Stati Uniti). Nel ‘63 alla IV Biennale di San Marino, presieduta da Carlo Giulio Argan e con una commissione giudicatrice che aveva proposto di limitare la partecipazione soltanto ai “più rinomati artisti, pittori e scultori che agiscono oltre l’informale” (furono accolti 146 artisti) il primo premio venne assegnato ex aequo al Gruppo N e al Gruppo Zero, scatenando aspre polemiche. La conseguenza fu che il Gruppo N, invitato alla XXXII edizione della Biennale internazionale d’arte di Venezia, 1964, ebbe sì una sala propria, ma in uno spazio molto piccolo e non propriamente felice. L’anno dopo fu la volta di una delle mostre simbolo degli anni ‘60, The responsive eye, allestita al Museum of Modern Art di New York e itinerante a Saint Louis (City Art Museum), Seattle (Art Museum), Baltimore (Museum of Art), Pasadena (Art Museum).
Sempre nel ‘65 — in seguito a improvvise autoesclusioni — il Gruppo N fu ribattezzato ENNE65: rimasero Biasi, Massironi e Landi, e le opere cominciarono ad essere firmate anche con il nome dei singoli. La dicitura “alberto biasi del gruppo N” comparve fino al ‘67, quando ognuno prese la propria strada con un bilancio complessivo di partecipazione a quasi ottanta mostre tenute in Italia, nell’intera Europa, negli USA e a Tokio. Per inciso, prima della fine del decennio, con il mutare del clima politico e il graduale cambiamento dei singoli, ovunque nacquero contrasti che portarono a esaurire le esperienze di gruppo.
Biasi, dunque, proseguì da solo, con qualche difficoltà, poiché fin lì la sua notorietà era legata alla sigla del gruppo e in pochi conoscevano il suo nome. Difficoltà superate a breve, se nel 1973 gli fu assegnato il primo premio alla World Print Competition organizzata dal California College of Arts and Crafts in collaborazione con il San Francisco Museum of Art. L’opera premiata portava il titolo lo sono, circostanza che suonò a Biasi quale incitamento a proseguire senza esitazioni.
Era iniziata da qualche anno la lunga fase dei Politipi (1967-1990), che ebbe un precedente nel 1965 con un’opera ispirata ai tagli nella tela di Lucio Fontana. In essi subentrò un diverso uso delle lamelle di PVC, organizzate ora per creare plasticità geometriche ben squadrate, nelle quali il bicolore era pensato per ottenere, attraverso le torsioni, dei chiaroscuri atti a creare effetti vibratili della luce. Biasi così descrive questo ciclo: “Col passare del tempo, procedendo nella esecuzione di queste opere, sono stato trascinato dall’entusiasmo per le soluzioni impensate, per la mutazione del colore a fronte delle posizioni del riguardante e per la scoperta dei battimenti cangianti conseguenti all’umana percezione binoculare. Mi entusiasmai alle crescite e alle spazialità armoniche.”
Il decennio successivo è il tempo di maturazione dell’ultima produzione, gli Assemblaggi, la cui esecuzione sistematica comincia nel 2000. La denominazione stessa si ferisce al fatto che si tratta di più elementi accostati; nel caso specifico prevalentemente trittici di tele o tavole, compattate a formare un solo corpo-immagine. La parte centrale si presenta come un politipo con marcato slancio verticale, ed è appena sormontata ai lati da pannelli monocromi, il cui senso di staticità va a esaltare il movimento apparente del politipo, per cui l’osservatore è costretto ad alternare lo sguardo su oggetto fisso e su oggetto illusoriamente mobile per organizzare mentalmente le parti dell’opera e poterla percepire nel suo insieme. Qui le composizioni — che paiono immaginifiche architetture di colore — assumono il carattere di un equilibrio classico per giustezza di contrappeso delle parti arretrate e aggettanti.
Il tipo di ricerca volta alla realizzazione di lavori preventivamente determinati e progettati induce oggi — al di là delle innegabili implicazioni e degli effettivi rapporti con l’arte optical e l’arte cinetica — a racchiudere nella definizione arte programmata l’opera di questo artista, già inglobata da Argan nell’arte ghestaltica.
Il ritratto di Biasi-artista va completato sottolineando un aspetto del suo temperamento, quello del senso ironico e del divertissement rintracciabile in diversi lavori, in particolare degli ultimi decenni: titoli ludici quali Forma traviata, Pesce fresco si vede dall’occhio, Smetti di toccare si accompagnano alla realizzazione di opere atipiche, come The Queen. Madonna. Pas-partout del 1990 o le Grazie multietniche di dieci anni dopo, in cui vige una dichiarata allusione al sesso femminile.
Nella sua sempre proficua carriera da “solitario” Biasi ha partecipato a oltre trecento mostre — più di cento quelle personali — con tappe fondamentali quali la XLII Biennale di Venezia nel 1986 e la grande antologica al Museo Civico agli Eremitani di Padova nel 1988. Segni tangibili di tale lunga attività rimangono nelle collezioni di grandi musei, dalla Galleria Nazionale di Roma al MOMA (Museum of Modern Art) di New York, al National Museum of Modern Art di Tokio, e nei musei di Torino, Venezia, Buenos Aires, Ciudad Bolivar, Praga, San Francisco, Belgrado, Lubiana, Zagabria... In particolare nel 2006 è stato ospite, con una mostra segnalata dalla stampa locale come la più visitata dell’anno, al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove è il primo artista italiano vivente con un’opera (la Torsione intitolata Dinamica visiva triangolare, del 1965-78, cm 100x116x5) lì acquisita permanentemente nelle collezioni di arte contemporanea.

Di Elsa Dezuanni. Da catalogo mostra Arte Scienza Progetto Colore, Alberto Biasi e Jorrit Tornquist, Museo Civico di Santa Caterina, Treviso, novembre 2009-gennaio 2010, Ed. GMV Libri, p. 34-37.